I Modà boicottati da RadioRai. È così davvero?

(da Rockol.it)

Lorenzo Suraci, amministratore di Ultrasuoni, accusa RadioRai di boicottare la canzone sanremese dei Modà con Emma. Il direttore di Radio2, Flavio Mucciante, replica parlando di conflitto di interessi da parte dell’ “etichetta delle radio”. E ora nella polemica interviene anche Enzo Mazza, presidente dell’associazione dei discografici FIMI, per dire che tocca agli organi istituzionali dirimere la questione, mentre “fare polemiche sui giornali non serve a niente”. “Già l’estate scorsa”, ha spiegato a Rockol, “FIMI e PMI avevano segnalato al garante per la concorrenza e il mercato la questione di Ultrasuoni, dove un’etichetta creata con quote del 33% da tre maggiori network nazionali offre ai propri artisti un formidabile volume di fuoco promozionale gratuito che nessun altro operatore del settore ha a disposizione, condizionando ovviamente l’intero mercato della musica registrata. I dati dei passaggi radiofonici in questo senso sono evidenti”. “Noi”, continua Mazza, “riteniamo che le autorità, sia essa l’ ACGM, l’autorità delle comunicazioni, sia l’Antitrust, nell’ambito delle rispettive competenze, debbano assolutamente analizzare nel dettaglio questa problematica, che è sicuramente nuova per il mercato italiano, anche per sgombrare il campo a polemiche. Se l’operazione di Ultrasuoni è legittima in Italia, nessun problema, se invece non lo è, allora intervengano le autorità di vigilanza”.

App Store: un pò di chiarezza da parte di Apple e Steve Jobs

iTunes 10 LogoApple oggi ha annunciato un nuovo modello di abbonamento, a disposizione dei programmatori e dei fornitori di contenuti per le proprie applicazioni da vendere all’interno di AppStore ((il negozio di applicativi per i dispositivi di Apple quali iPod Touch, iPhone ed iPad), quali magazine, giornali, video, musica,etc. Questa è la stessa novità integrata nella recente applicazione del quotidiano proprietà di News Corp. “The Daily”.

Gli abbonamenti acquistati all’interno di AppStore saranno venduti utilizzando lo stesso identico sistema di fatturazione di AppStore, utilizzato per l’acquisto di miliardi di applicativi e per l’acquisto “In-App” di altrettanti contenuti. Gli editori ed i fornitori di contenuti potranno selezionare il prezzo e la durata di tale abbonamento (settimanale, mensile, bimestrale, quadrimestrale, annuale o bi-annuale). Quindi, tramite un’operazione di un click, i clienti potranno scegliere la lunghezza dell’abbonamento e saranno automaticamente fatturati basandosi sulla loro scelta d’acquisto. I clienti potranno rivedere ed impostare i loro abbonamenti dalla loro pagina di account personale su iTunes, incluso il cancellare l’automatico rinnovo di eventuali abbonamenti sottoscritti. Apple fornirà quindi l’intera infrastruttura di fatturazione e pagamento, trattenendosi lo stesso identico 30% che attualmente trattiene per qualsiasi acquisto fatto all’interno dell’AppStore.

“La nostra filosofia è semplice: quando Apple porta un nuovo abbonato, Apple guadagna un 30% di guadangno; quando l’editore porta un nuovo o esistente acquirente da noi, l’editore si tiene il 100% ed Apple non ci guadagna nulla”, ha dichiarato Steve Jobs.

“Tutto ciò che richiediamo”, continua Steve Jobs, “è che se un editore offre un sistema di abbonamento al di fuori dell’applicativo venduto su AppStore, deve usare la stessa (o una migliore) offerta all’interno di AppStore, così che i clienti possano facilmente scegliere se abbonarsi all’interno dell’applicativo o al di fuori, ma alle stesse condizioni. Noi crediamo che questo modello di abbonamento innovativo darà ad editori e fornitori di contenuti una nuova esclusiva opportunità di espandere l’accesso digitale dei loro contenuti all’interno di iPad, iPod ed iPhone, deliziando sia i nuovi che gli abbonati esistenti”, ha concluso Jobs.

Gli editori che utilizzano il servizio di abbonamento di Apple all’interno del loro applicativo, possono far leva su altri metodi per acquisire abbonati, al di fuori dell’applicativo. Per esempio, gli editori possono vendere abbonamenti digitali sui loro siti web o possono scegliere di fornire accesso gratuito agli abbonati esistenti. Dato che Apple non è coinvolta in queste transazioni, non c’è alcuna divisione di royalties  o scambio d’informazioni degli abbonati con Apple. Gli editori devono fornire il loro proprio procedimento di autenticazione all’interno dell’applicativo per quegli abbonati che si sono iscritti al di fuori dell’applicativo stesso.

Ad ogni modo, Apple richiede che se un editore sceglie di vendere un abbonamento a contenuti digitali, separatamente ed al di fuori dell’applicativo, lo stesso modello di abbonamento sia offerto sul sito web, allo stesso prezzo (o preferibilmente ad un prezzo inferiore). In aggiunta, gli editori possono così escludere link all’interno dell’applicativo (ad un sito web ad esempio) che permetta l’acquisto di contenuti o abbonamenti al di fuori dell’applicativo stesso, per rendere più facile l’abbonamento o l’acquisto del contenuto all’interno dell’applicativo.

Proteggere la privacy dei clienti è una componente chiave di tutte le transazioni registrate su AppStore. Ai clienti che acquistano abbonamenti tramite AppStore sarà data l’opzione e la scelta d’inoltrare i propri dati all’editore, comprensivi di nome, indirizzo email e codice postale, al momento dell’abbonamento. L’uso di tali informazioni e dati personali sarà governato interamente dalle regole e policy di privacy applicate dall’editore e non da Apple.

AppStore in questo momento offre più di 350.000 applicativi a clienti presenti in 90 paesi, con più di 60.000 applicativi nativi per iPad. Vi sono 160 milioni di dispositivi che possono ospitare gli applicativi presenti su AppStore, in tutto il mondo e che possono scegliere tra un incredibile scelta di apps in 20 categorie diverse, tra cui giochi, affari, notizie, sport, salute, riferimento e viaggi.

“Gli streaming musicali eclissano tutto il resto”

È questa una buona notizia per le etichette e gli aventi diritto? O un problema più grande del download illegale? “Gli ascolti illimitati (streaming) stanno eclissando tutto il resto”. Così dichiara il capo della Universal Music Group Inglese, David Joseph recentemente intervistato dal The Guardian. “È una valuta digitale diversa, rispetto al download. Stiamo avendo a che fare un 175 milioni di acquisti legali in un anno, comparati con 7 miliardi di streaming musicali”.

La questione fondamentale è se questo ammontare di streaming possa portare ad un fatturato sostenibile per tutti. Solo recentemente il capo della divisione digitale globale di Universal Music (Rob Wells) ha indicato come principale preoccupazione il fenomeno della pirateria. Ma servizi come Spotify, Rdio e Rhapsody possono dare potere a qualcosa di veramente nuovo?

Con alcuni dubbi e riserve, David Joseph continua ad avere ottimismo: “I guadagni (dal digitale) stanno crescendo in maniera significativa e fondamentalmente io credo che i servizi di streaming e modelli di abbonamento con accesso illimitato su tutti i dispositivi siano il vero futuro del business.”. “Ma le persone ascolteranno ancora album o singoli brani o manderanno consigli e playlist ai loro amici? Si, faranno tutte queste cose”.

Su una domanda spinosa, Mr. Joseph ha risposto chiaramente: “Se le etichette siano completamente rovinate dal digitale? Io non credo proprio. I modi in cui le persone ascoltano e fruiscono della musica stanno cambiando e questo ci dà molto da fare: il punto chiave è che bisogna avere i successi!”.

Tablet, iPhone, Nokia e Microsoft: Domande & Risposte

(da “Domande e Risposte” – Il Sole 24 Ore, Sabato 12 Febbraio 2011 a cura di Luca Tremolada)
Cosa significa l’accordo Nokia-Microsoft?
Il produttore finlandese di telefonini Nokia ha stretto un accordo per ospitare sui propri cellulari Windows 7, il sistema operativo mobile di Microsoft. La mossa intende far tornare Nokia competitiva in un mercato che è cambiato radicalmente con l’ingresso di Apple e la nascita degli smartphone, i cosidetti telefonini intelligenti. Nelle ragioni di acquisto oggi contano sempre di più sistema operativo, applicazioni e software. Ecco perché l’accordo di Nokia vuole rispondere alla sfida lanciata da Apple e Google che con iPhone e il sistema operativo Android hanno cambiato gli equilibri del mercato.

Chi vince e chi perde nel mondo dei produttori di telefonini?
Nokia resta il primo produttore al mondo di telefoni ma la sua quota di mercato è passata dal 36% del 2009 al 28,9% del 2010. Samsung in forte ascesa sale al secondo posto (17,6%) seguita Lg (7,1%), Research in Motion (3%) e Apple al 2,9%. Va ricordato che Apple produce solo un modello di cellulare, l’iPhone.

Come è l’andamento della telefonia mobile?
Secondo le rilevazioni del centro di ricerca Gartner, nel mondo ci sono 1,6 miliardi di telefonini, il 32% in più rispetto al 2009.
A trainare la crescita sono gli smartphone, ovvero i cellulare più sofisticati e più costosi. Tra questi si annoverano Blackberry e iPhone.

Perché sono così importanti i sistemi operativi?
I sistemi operativi – il software che governa le funzioni del cellulare – sono divenuti determinanti perché grazie agli store consentono ai cellulari di svolgere funzioni diverse e più sofisticate. Gli smartphone si collegano a internet, gestiscono la posta elettronica, permettono di scattare fotografie, filmati, registrano la voce, riproducono la musica e i video.
Come piccoli computer consentono anche di scirvere documenti. Questa potenzialità di funzioni ha cambiato il mercato.

Quali sono i sistemi operativi?
Se concentriamo lo sguardo sugli smartphone, Symbian di Nokia resta leader con una quota superiore al 30 per cento. Ma sta perdendo terreno. Segue Android, il sistema operativo di Google adottato su Htc, Samsung, Lg e altri produttori orientali.

Cosa è un app store?
Uno store è un negozio virtuale dove gli utenti possono acquistare dei servizi. Le applicazioni (o software) possono essere gratuite o a pagamento. Il modello di business varia da piattaforma a piattaforma. Apple trattiene il 30% del prezzo di acquisto per ogni download.

Cosa è una web app e perché rischia di rimettere in discussione gli equilibri.
La web app è una applicazione che non deve essere installata, opera nel browser e si appoggia a internet per funzionare.
In sostanza non ha bisogno di uno store per essere caricata sul cellulare. Basta un browser, ovvero il servizio per navigare su internet. Un esempio di web app è rappresentato da Google Documents, una suite di produttività che si trova disponibile su internet e consente tra le altre cose di scrivere documenti di testo. Le web app si basano su linguaggi come Html5 e Java. Per chi sviluppa programmi, scrive una volta sola il software rappresenta un vantaggio sia in termini economici che tecnici. Una app di questo tipo si rende immediatamente disponibile per qualsiasi telefonino o tablet. Occorrerà capire se e quanti sviluppatore sceglieranno di scrivere programmi fuori dagli store.

Dada: Barberis si dimette

(da Corriere.it)

Dada, controllata di Rcs MediaGroup, ha deciso di procedere alla valorizzazione della divisione Dada.net, per la quale sono giunte alcune manifestazioni d’interesse non vincolanti da parte di operatori industriali. Il Cda ha dato mandato all’amministratore delegato di concedere un accordo di esclusiva con Buongiorno della durata di 45 giorni per svolgere la due diligence e, subordinatamente agli esiti della stessa, di eventualmente negoziare l’accordo di cessione. Il presidente Paolo Barberis, «in seguito a divergenze sulla strategia della società», lascia l’azienda fondata nel 1995. In Cda è stato cooptato Alberto Bianchi, nominato presidente. Il consiglio di amministrazione di Rcs mediagroup, riunitosi a Milano, ha escluso «allo stato» la cessione dell’intera partecipazione detenuta in Dada.

RICAVI IN CALO – Il Cda di Dada e Barberis di comune accordo, spiega l’azienda, «in seguito a divergenze sulla strategia della società rispetto a quanto elaborato da Paolo Barberis, hanno concordato di porre fine alla collaborazione». L’ex presidente si è quindi dimesso ed è stato raggiunto un accordo sulla sua uscita (sottoposto e approvato dal comitato per le operazioni con parti correlate). Ha quindi comunicato di aver ceduto 630mila azioni Dada (acquistate al prezzo di 8,9 euro per azione da Rcs, che sale al 54,63%) e che la sua partecipazione è scesa al di sotto del 2% del capitale sociale (risultava al 5,4%). L’azienda ha anche esaminato i dati del 2010, che hanno visto ricavi in calo a 151,5 milioni (155,1 milioni nel 2009). Il margine operativo lordo è stimato a 14,6 milioni (20,5 milioni di euro nel 2009). L’indebitamento netto consolidato a fine anno è di 50,6 milioni (36,7 milioni a fine 2009).

GLI OBIETTIVI – Quanto alla decisione di procedere alla valorizzazione della divisione Dada.net, la decisione viene inquadrata come una mossa in grado di permettere alla società «di perseguire le necessarie azioni di razionalizzazione del portafoglio di attività e una più efficace focalizzazione delle proprie risorse finanziarie e manageriali». La valutazione delle manifestazioni di interesse, viene spiegato, ha tenuto conto sia di considerazioni di tipo economico-finanziario sia dell’analisi del progetto industriale proposto, anche con riferimento all’impatto occupazionale. Dada.net accorpa le attività di Dada nei servizi di community & entertainment. La società opera poi in altri due campi, tramite Dada.pro (servizi professionali per la presenza e la pubblicità in Rete) e Fueps (servizi di casual e skill games).

IL TITOLO SALE – In Borsa il titolo Dada ha accelerato dopo l’annuncio di trattative esclusive con Buongiorno per la cessione delle quote in Dada.net e altre controllate. Prima della nota il titolo saliva poco più dell’1% mentre poco prima delle 16 segna +4,26% a 4,77 euro, con scambi già 5 volte la media. Buongiorno sale del 3,83% a 4,75 euro con volumi quasi 5 volte la media.

Stato della Pirateria su BitTorrent

Un nuovo studio emerso la scorsa settimana è arrivato all’incomprensbile conclusione che 2 terzi di tutto il traffico di Bit Torrent (uno dei più popolari “servizi” di torrent in giro) è relativo a violazioni di copyright.

Alcuni giorni fà uno studio di Envisional ha pubblicato uno studio elaborato all’interno del traffico di file-sharing illegale su Internet. Commissionato da NBC Universal, i ricercatori hanno raggruppato vecchie stime sul traffico Internet assieme ai loro dati di ricerca sull’uso di varie piattaforme di condivisione illegale di files protetti da diritto d’autore.

Sebbene molti sollevino critiche su questi studi (e spesso le critiche arrivano dai sostenitori del “file-sharing” dato che gli studi sono finanziati da major o da grandi produttori di contenuti), quest’ultimo studio ha trovato consenso da entrambe le parti. Coloro che sono interessati ad usare BitTorrent e come questo si paragoni ad altri servizi è uno studio che merita certamente una lettura.

I ricercatori chiaramento conoscono ciò che BitTorrent ha da offrire, e sebbene alcune conclusioni e scelte metodologiche mettono il tutto sotto una certa prospettiva, non c’è molto da discutere sui dati presentati. Come spesso accade, tuttavia, anche dati molto precisi possono essere intesi in molteplici punti di vista dalla stampa.

Negli ultimi giorni alcuni articoli di Wired e Ars Technica, facendo riferimento a questo nuovo studio, si chiedevano “Dove sono finiti i pirati?”, scritti da alcune delle migliori firme nel campo tecnologico. Tuttavia le loro conclusioni si allontanano dalla realtà dei fatti.

Gli articoli approfondivano lo studio Envisional, specificamente ciò che rappresenta il contenuto “Più Popolare” tra gli scaricatori ed i fruitori di BitTorrent. Per questa analisi, i ricercatori Envisional hanno indagato sui 10.000 files più scaricati e presenti nei Tracker Pubblici nel mese di Dicembre 2010.

Come risultato, pornografia e film guidano la tendenza con il 35.8% ed il 35.2% rispettivamente. La musica, da un lato, può essere trovata in fondo alla lista con un scarno 2.9%. Suona molto bene fin qui, ma l’articolo fallisce di citare qualcosa che chiaramente influisce sulla conseguenza finale.

Most popular torrents?

top torrents

La panoramica sui “10.000” torrents più popolari è basata su un breve sguardo del numero dei così detti “leechers” (letteralmente “scrocconi”). In altre parole, la graduatoria dei torrent più popolari è basata sul numero di persone che hanno scaricato un file nel momento in cui il tracker è stato preso in considerazione, non coloro che avevano già terminato di scaricare (inclusi i così detti “seeders” ovvero i “disseminatori”).

Da qui l’interpretazione spesso errata dei giornalisti di Ars Technica e di Wired: la dimensione media di un file video su BitTorrent è molto più grande di quella di un file musicale. Basandosi su un campione di milioni di torrents si può scoprire che il torrent video medio è grande circa 1.73 GB mentre il torrents musicale medio è pari a 214 MB. Quindi i torrent video sono mediamente 8 volte più grandi della dimensione di torrents musicali.

Più grande un torrent, più tempo a scaricare: e questo è una spiegazione del perchè ci sono molti meno torrent musicali nella classifica dei 10.000 torrents più popolari. Un torrent video è semplicemente un qualcosa molto lungo da completare quindi ci sono molti più utenti catalogati come “scrocconi” (leechers) su BitTorrent. Se la classifica avesse incluso i download effettivamente portati a termine da parte degli utenti, molto probabilmente la percentuale di torrent musicali scaricati sarebbe stata molto più alta.

Qui non si mette in discussione che più persone scaricano illegalmente musica su BitTorrent, rispetto allo studio di Envision. Ma lo studio può effettivamente portare ad un’interpretazione diversa della prospettiva della pirateria musicale presente su BitTorrent. E certamente un dato di fatto emerge: i pirati musicali non sono ancora svaniti da BitTorrent.

Detto questo, è bene ricordare che finalmente dopo molti anni, a livello mondiale, l’industria musicale e i rappresentanti dei diritti degli autori e compositori stanno facendo un miglior lavoro di risanamento presentando alternative alla pirateria che stanno effettivamente producendo risultati concreti, specialmente nell’industria cinematografica.