Sommario della Settimana

Midem LogoMentre il Midem è ancora in svolgimento in Francia, alcune notizie hanno preceduto l’evento della Riviera ed altre sono state confermate durante la fiera stessa.

• Spotify ha comunicato che nel corso del 2010, oltre 61 milioni di dollari di royalties sono state corrisposte agli aventi diritto, autori, editori ed etichette. La settimana scorsa, Spotify ha inoltre siglato un’importante accordo con Sony Music.

• Nel frattempo sono emerse voci di vendita del gruppo Warner Music, seguite poi da altre voci di acquisto da parte di Warner Music del gruppo Emi Music.

• Il canale Rhapsody (Real Networks, Inc.) ha quindi dichiarato l’attivazione di 100.000 nuovi abbonamenti nel corso del 2010.

• Steve Jobs, a capo di Apple ha preso una pausa per motivi di salute. Allo stesso tempo, l’azienda di Cupertino ha dichiarato risultati quadrimestrali più alti che mai della sua storia.

• Sony Music ha lanciato il suo nuovo canale digitale “On-The-Cloud” chiamato “Music Unlimited, Powered by Qriocity“. Il servizio è stato siglato con l’accordo di tutte le major musicali ed i più grandi network indipendenti. Prevede un pagamento mensile (che oscilla tra i 9,99 ed i 12,99) per ascoltare musica illimitata, tramite i dispositivi Sony, quali PlayStation 3, i TV della serie Bravia ed i dispositivi Blue-Ray.

• Nei primi giorni del Midem sono inoltre emerse 2 prime impressioni:
La parola “cloud” assieme alla parola “streaming” sono tra le più gettonate tra gli addetti ai lavori. Tuttavia è alta la frustrazione degli stessi, a causa di licenze assai costose (e richieste per ogni paese) e molto burocratiche.
La seconda notizia riguarda Universal: secondo fonti non confermate il gruppo Vivendi avrebbe l’intenzione (o sarebbero già state prese misure) per licenziamenti destinati a 60 dipendenti della sede americana.

• Il canale “musiXmatch” un sito specializzato nella pubblicazione di testi musicali, ha annunciato partnership con i maggiori editori musicali, tra cui BMG, Kobalt, Universal Music Publishing e Sony ATV, dichiarando di aver così a disposizione il servizio autorizzato più completo sul mercato. Il servizio (ancora in fase beta) permette ai servizi online musicali di aumentare il coinvolgimento di utenti ed ottimizzare il traffico web, utilizzando le parole stesse.

Altre domande e risposte provengono dal meeting MidemNet che quest’anno ha visto la partecipazione di artisti quali Imogen Heap, David Guetta e addetti ai lavori quali Dave Kusek della Berklee College of Music.

Se Imogen Heap ha annunciato un nuovo modo di collaborazione con i fans, dichiarando di voler coinvolgere i suoi fans nell’aspetto creativo delle sue canzoni, scegliendone una ogni 3 mesi, per la pubblicazione di un successivo album, Dave Kusek della Berklee ha quindi parlato di come l’industria sia profondamente cambiata e della domanda più comune di tutte: “Come utilizziamo la tecnologia per intrattenere il pubblico?E se riusciamo ad intrattenerlo”, prosegue Kusek, “come facciamo a fargli acquistare i contenuti?”.

Un executive di una famosa major musicale, nella stessa discussione, ha detto di credere che alla fine l’industria musicale riuscirà a districarsi tra i molti problemi esistenti, ma che la trasformazione di semplici “fan” in “clienti paganti” è ben più difficile rispetto alle iniziali intenzioni degli sviluppatori dei più famosi strumenti tecnlogici oggi a disposizione.
Quindi, cosa esattamente stà funzionando? La risposta può variare da artista ad artista e dipende sempre a quale persona questa domanda viene posta. Il risultato chiaro è che l’intera industria, dal più piccolo artista indipendente al più grande artista internazionale, possono incontrare successi o difficoltà in ciò che funziona (a livello di tecnlogia e di profitto). È la combinazione tra ciò che viene fatto da sè e strumenti tecnologici efficaci a fare la differenza. E questo vale in tutti i casi.

Più notizie ed aggiornamenti sul Midem verranno trasmessi qui prossimamente, alla chiusura della fiera stessa.

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IFPI 2011 – Il rapporto sulla musica digitale

Ifpi LogoIFPI ha pubblicato il Rapporto annuale sul mercato digitale.

I dati salienti del rapporto sono qui di seguito elencati, mentre il rapporto completo è scaricabile direttamente dal sito IFPI.

13 – i milioni di canzoni disponibili per la vendita digitale

400 – i negozi legali disponibili nel mondo

4.6 miliardi di dollari – il valore del mercato digitale nel mondo

6% – la percentuale di crescita delle vendite digitali nel 2010
29% – la proporzione del guadagno complessivo delle etichette discografiche, derivante dalla vendita digitale

1000%+ – l’incremento del valore del mercato digitale tra il 2004 ed il 2010

-31% – il calo in termini di valore dell’industria discografica, tra il 2004 ed il 2010

16.5% – la proporzione di utenti internet che hanno acquistato musica legalmente negli Stati Uniti all’interno dell’ultimo quadrimestre 2010 (utenti dai13 anni in sù)

5 miliardi di dollari– l’ammontare stimato che le etichette discografie hanno speso  per lo sviluppo di artisti nel corso del 2009

30% – la percentuale del guadagno delle etichette discografiche, investito in selezione di nuovi artisti e per il marketing

-77% – la stima del calo di vendite di album di debutto tra il 2003 ed il 2010 nella Top 50 mondiale

-12% – il calo in termini di guadagno dei 50 tour più grandi del 2010

-17% – il calo del numero di persone impiegate come musicisti in America tra il 1999 ed il 2009

1.2 millioni – una proiezione del numero di posti di lavoro persi a causa della pirateria in Europa, entro il 2015

240 miliardi – la stima di perdite di vendite cumulative all’interno delle industrie creative europee, dovuto alla pirateria, tra il 2008 ed il 2015

0 – il numero di artisti spagnoli che hanno debuttato nella classifica annuale spagnola (Top 50) nel corso di tutto il 2010

-45% – Il calo del numero di uscite domestiche in Messico tra il 2005 ed il 2010

Amazon, acquisti per il noleggio

Acquisito il restante 58 per cento di Lovefilm, startup britannica già soprannominata la Netflix d’Europa. Programmata un’offerta legata allo streaming web e a vari apparecchi da salotto come PlayStation 3 e TV di Sony e Samsung

C’è chi attendeva la conferma ufficiale da mesi: Amazon ha ormai chiuso le trattative per la definitiva acquisizione della startup britannica Lovefilm. Un affare da circa 300 milioni di dollari, che ora passerà al vaglio delle autorità antitrust per la successiva ratifica entro marzo 2011.

L’azienda di Jeff Bezos si è così assicurata il restante 58 per cento degli asset di Lovefilm, dopo la parziale acquisizione, nel 2008, della startup con base a Londra.

Quella di Amazon rappresenta una spinta ulteriore nel mercato dei DVD a noleggio, tanto che Lovefilm è già stata soprannominata “la Netflix del Vecchio Continente”. L’azienda britannica si è ben posizionata in patria, per poi espandersi in Germania e nei paesi scandinavi. Una scalata che aveva garantito a Lovefilm l’inclusione tra le dieci startup più redditizie d’Europa, con un fatturato complessivo di circa 100 milioni di dollari.

© 2011 Punto Informatico

 

La fine del mass marketing e il futuro della pubblicità

Nei giorni scorsi il gigante americano Procter & Gamble ha dichiarato che terminerà la sua produzione di soap opera televisive, a favore di nuovi investimenti sulla Rete ed in particolare sui Social Media. Questo non è che un altro segnale del sorpasso di Internet sulla Tv in atto negli USA e che sta portando a riflettere sul futuro della pubblicità e dell’industria pubblicitaria, entrata in crisi già da alcuni anni.
Internet sta infatti gradualmente e irreversibilmente modificando i comportamenti attraverso cui le persone comunicano, si relazionano e si informano. Ed i modelli di comunicazione pubblicitaria a cui siamo abituati, non applicabili alla Rete, si stanno avviando verso la conclusione del loro ciclo di vita.

Per comprendere il punto di vista delle agenzie di pubblicità sul cambiamento in atto, Danielle Sacks di Fastcompany ha intervistato 20 specialisti provenienti dalle principali compagnie, realizzando il report “The Future of Advertising“.
Il risultato è che le agenzie si vedono costrette a reinventarsi e, dovendo lavorare di più e spesso per budget inferiori, si sentono in una condizione di incertezza per ciò che succederà nel breve-medio termine.
Il fatto che molti considerino questo, come il periodo peggiore per chi si occupa di pubblicità è sintetizzato dalle parole di Jon Bond, uno dei creativi interpellati, che descrivono bene l’impatto della Rete in questo ambito: “Marketing in the future is like sex. Only the losers will have to pay for it”.

Pur essendoci maggiori spazi per poter comunicare con i propri clienti rispetto al passato, è diventato molto più difficile riuscire a farlo con successo. Sulla Rete non necessariamente c’è un rapporto diretto tra budget a disposizione ed il reale successo dell’iniziativa di marketing.

Sta finendo il tempo in cui la creatività era parte di un processo consolidato ed aveva il suo output in uno spot televisivo riproposto fino allo sfinimento. Ed è questa una delle ragioni per cui, secondo la recente ricerca di Altimeter Group, sono le piccole agenzie e società di consulenza, più snelle, agili e focalizzate sulla Rete che stanno rubando la scena alle grandi agenzie di pubblicità, incapaci di adeguarsi al cambiamento.

Sarà la capacità di avere straordinarie idee di marketing applicabili alla Rete (in tutte le sue forme) la strada per il successo nella pubblicità.

© Maurizio Benzi – 2011 Casaleggio Associati

La rete ha cambiato il nostro modo di pensare?

Ogni anno Edge, una rivista online statunitense che si occupa di scienza e tecnologia, propone un argomento di discussione. Alla domanda dello scorso anno – “L’uso della rete ha cambiato il nostro modo di pensare?” – hanno risposto 167 tra scrittori, scienziati, filosofi ed artisti. Tutti i contributi sono online a questo link.

Lo scrittore Richard Foreman ad esempio si fà domande riguardanti il cambiamento avvenuto tra un sistema complesso d’informazioni ed un nuovo sistema sovraccarico d’informazione d’ogni tipo e della relativa tecnologia che porta al “tutto e subito”. Ci si domanda se stiamo diventando persone a mò di pancake (ovvero stratificate e tirate per lungo e largo) nel momento in cui ci connettiamo con un vasto universo collegato d’informazioni accedibile mediante la pressione di un tasto.

L’analista di tecnologie Nicholas Carr ha scritto molti pezzi su riviste e giornali molto note chiedendosi “Google ci stà rendendo stupidi“, ovvero: l’uso del web rende impossibile per noi leggere ed approfondire lunghi articoli o libri scritti?

Il guru dei Social Software Clay Shirky nota che la gente stà leggendo a livelli più che mai alti nella storia, ma il ritorno da questa lettura non ha portato al ritorno d’icone culturali che abbiamo a lungo cercato in questi anni. “Cosa c’è di così grande nella guerra e nella pace?” si chiede. Avendo perso la sua attuale centralità tempo fà, il mondo della letteratura stà ora perdendo il suo potere ed influenza sulla cultura. L’enormità della fuga dalla cultura basata sulla letteratura stà ora diventando più chiara a tutti?

Lo storico e scienziato George Dyson si chiede “Cosa succederebbe se il costo di macchine che pensano risultasse in persone che non lo fanno?“. Si chiede: “I libri finiranno per diventare ciò che erano all’origine? Chiusi in monasteri e letti solamente da pochi prescelti?

Il pionere del Web 2.0, Tim O’Reilly, valuta se le stesse idee non siano il software sociale più evoluto a disposizione. Le idee possono evolversi mediante la conversazione che abbiamo con gli altri, gli artefatti che creaiamo e le storie che utilizziamo per spiegarle?

Frank Schirrmacher, editor per Feuilleton e co-editore del Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha preso in considerazione il fatto che noi siamo apparentemente in una situazione attuale dove la tecnologia moderna stà cambiando il modo in cui le persone si comportano. Le persone parlano, reagiscono, pensano e ricordano. Si chiede “Stiamo portando le persone ad una nuova specie evolutiva? Gli Informavores?“.

W.Daniel Hillis và un passo oltre chiedendosi se Internet alla lunga non arriverà ad una più ricca infrastruttura dove le idee possano potenzialmente evolversi al di fuori della mente umana. In altre parole, possiamo cambiare il modo in cui Internet pensa?

Rivedere il diritto d’autore sul web, chiusa l’istruttoria antitrust su Google

(da corriere.it)
Roma – L’Antitrust ha chiuso l’istruttoria nei confronti di Google, accettando, rendendoli vincolanti, gli impegni presentati dal motore di ricerca nell’ambito del procedimento avviato per un possibile abuso di posizione dominante. L’Antitrust ha inoltre inviato una segnalazione a governo e Parlamento chiedendo che venga rivista la normativa a tutela del diritto d’autore, adeguandola alle innovazioni tecnologiche ed economiche del web.

GLI IMPEGNI DI GOOGLE – In base agli impegni assunti, Google consentirà agli editori di rimuovere o selezionare i contenuti presenti su Google News Italia, renderà note agli editori le quote di ripartizione dei ricavi che determinano la remunerazione degli spazi pubblicitari, rimuoverà il divieto di rilevazione dei click da parte delle imprese che veicolano pubblicità con la sua piattaforma. Gli effetti dell’istruttoria sono: un maggiore controllo da parte degli editori on line sui propri contenuti nell’ambito del servizio Google News, più trasparenza e verificabilità delle condizioni economiche applicate dalle imprese di siti web che si avvalgono dei servizi di intermediazione pubblicitaria di Google.

DIRITTO D’AUTORE – L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha considerato le misure proposte in grado di eliminare le preoccupazioni concorrenziali. E ha chiesto una revisione della normativa sul diritto d’autore in funzione delle innovazioni tecnologiche ed economiche del web. Secondo l’Autorità «un’istruttoria antitrust non può sciogliere il nodo dell’adeguata remunerazione dell’attività delle imprese che producono contenuti editoriali online, per lo sfruttamento economico delle proprie opere da parte di altri soggetti. Occorre dunque una legge nazionale che definisca un sistema di diritti di proprietà intellettuale in grado di incoraggiare su internet forme di cooperazione virtuosa tra i titolari di diritti di esclusiva sui contenuti editoriali e i fornitori di servizi innovativi che riproducono ed elaborano i contenuti protetti da tali diritti».

SQUILIBRIO DA SUPERARE – Per l’Antitrust è necessario, in una prospettiva pro concorrenziale, «superare l’oggettivo squilibrio tra il valore che la produzione di contenuti editoriali genera per il sistema di internet nel suo complesso e i ricavi che gli editori online sono in grado di percepire dalla propria attività. Si tratta di un’esigenza – prosegue la nota – che, vista la dimensione sopranazionale del fenomeno internet, deve anche essere promossa dalle istituzioni italiane anche presso le opportune sedi internazionali».

PARLA LA SOCIETA’ DI MOUNTAIN VIEW – Sulla vicenda interviene anche il colosso di Mountain View che, per bocca di un portavoce, spiega: «Abbiamo collaborato con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato e con gli editori per rispondere agli interrogativi sollevati e risolvere le perplessità manifestate. Nell’operare in piena conformità alle regole di concorrenza italiane ed europee – aggiunge Google -, siamo consapevoli che è sempre possibile apportare ulteriori miglioramenti al modo in cui svolgiamo le nostre attività».

Italia, per i contenuti è questione di qualità

Italy from SatelliteSecondo Ernst&Young il 40 per cento della popolazione italiana sarebbe disposta a pagare per accedere a contenuti digitali (beni intangibili quali musica, software, notizie e altri tipi di pubblicazione in formato elettronico) di qualità. La parola chiave è qualità.

Lo studio “Monetizing digital media: creating value consumers will buy” ha infatti guardato alle aziende media & entertainment ed evidenziato come le più innovative fra di esse stiano riuscendo a monetizzare i propri contenuti con pacchetti premium di prodotti e servizi personalizzati, che si dimostrano importantissimi mezzi per spingere l’acquisto dei beni digitali altrimenti cercati gratuitamente online.

Pur essendo fondamentale una corretta comprensione della propensione all’acquisto di contenuti digitali da parte degli utenti Internet per orientare le scelte strategiche degli operatori (specialmente per le scelte attinenti il mix più adeguato tra contenuti finanziati dalla pubblicità e contenuti a pagamento), Ernst&Young ha evidenziato come il livello di consumo dei contenuti online gratuiti non è indicativo dell’effettiva propensione all’acquisto degli stessi, che viene influenzato in modo sostanziale da fattori quali il reddito medio, l’incidenza della pirateria, l’età dei consumatori e la maturità del mercato.
“Per quanto riguarda l’Italia, l’analisi dei più recenti dati Nielsen indica una propensione mediamente elevata all’acquisto dei contenuti digitali – afferma Jean-Pierre Fabre Bruot di Ernst&Young – Secondo le ultime rilevazioni, il 40 per cento della popolazione di età superiore ai 14 anni si dichiara disponibile a pagare per accedere a contenuti di qualità, percentuale che sale ad oltre il 50 per cento nella fascia d’età compresa tra i 14 ed i 44 anni”. Il totale è di circa 11,5 milioni di individui, “interessati prevalentemente a film e musica e, in misura minore, a quotidiani, corsi online e contenuti televisivi”.
Secondo lo studio, ad influenzare la propensione alla spesa per contenuti digitali è anche l’offerta di contenuti sempre più capillare (elemento legato, appunto, alla maturità del mercato) e con un basso valore unitario. In questo modo i consumatori hanno la possibilità di acquistare solo gli specifici contenuti di interesse con micro transazioni, altro aspetto che influenza il settore.

Per questo i leader di settore continuano ad investire con decisione sui micropagamenti, ancora frenati dagli elevati costi di gestione (attualmente una transazione costa circa 20 centesimi di dollari a fronte di un importo medio uguale o inferiore a 1 dollaro). Importantissimo, su questo fronte, l’esperienza del social gaming (in Italia ancora in fase embrionale, anche se i cosiddetti skill games hanno totalizzato, trainati presumibilmente dal poker online, 2,6 miliardi di euro solo nei primi 10 mesi del 2010). Tanto che, accanto a iTunes e PayPal, protagonista del settore è Facebook con i suoi Credits: Negli Stati Uniti, il mercato dei social game ha contribuito per 835 milioni di dollari ai 1,6 miliardi di dollari totalizzati dal giro d’affari dei beni virtuali, mentre in Cina le stime contano 105 milioni di giocatori virtuali.

Accanto allo sviluppo di tecnologie in grado di abbattere i costi di transazione favorendo le micro transazioni (e con esse, per esempio, gli acquisti di impulso) l’altro frangente su cui le aziende devono muoversi per rendere la loro offerta allettante è quella della personalizzazione dell’offerta.
Fattori determinanti, secondo lo studio, per attirare l’attenzione di un consumatore digitale sono: la flessibilità nel momento della fruizione, i consumatori chiedono di accedere ai contenuti “quando vogliono” (sono sempre più disposti a pagare per farlo, in particolare per contenuti premium come le anteprime) e dove vogliono, indipendentemente da dove si trovano e dal terminale utilizzato (TV, PC, smartphone); la libertà di poter condividere i contenuti premium all’interno dei propri social network, potendo fornire suggerimenti, commenti o personalizzazioni.

Claudio Tamburrino

Punto Informatico