La musica in streaming: l’opinione di Steve Purdham (We7)

Riportiamo di seguito una recente intervista di Steve Purdham, manager di We7, uno dei più longevi servizi di streaming musicale, co-fondato da Peter Gabriel e uno dei tanti canali digitali a disposizione di Wondermark dal 2007.

“Circa il 70% degli uttenti di We7  sono nel range dai 16 ai 25 anni e tali persone sono invariabilmente quelle che sono state attratte storicamente dal fenomeno della pirateria. Per noi avere 3 milioni di utenti, un sacco dei quali rientra proprio in quel target, dimostra che le persone vogliono avere le cose facili quando si tratta di consumare musica. Un sacco delle persone che si iscrivono ai nostri servizi “Premium” sono maschi over 30, anche se è un pò troppo presto per dire se questo sia effettivamente un trend. Storicamente sono state proprio quelle persone che acquistavano musica.

E tuttavia ho una figlia di 19 anni e se lei deve scegliere come spendere i suoi 5 Pound, sò quale sarà la sua scelta tra il bar o la musica. Quindi il tutto si riassume nel packaging (“confezionamento” ndt): la valutazione delle cose importanti differisce tra un 31enne ed una diciannovenne.

Io credo fermamente che ciò che è a disposizione dell’utente finale non sia soltanto un’offerta isolata, ma un gamma di offerte. Abbiamo un’alta popolazione di utenti posizionati nel target dei 16 ai 25 anni che scelgono di arrivare su di un sito pieno zeppo di pubblicità! Amano l’idea, moralmente ed intellettualmente, che gli artisti siano pagati. Loro danno valore alla musica e la vogliono ascoltare — ma non possono permettersi di acquistarla.

I servizi Ad-Funded (“finanziati dalla pubblicità” n.d.t.) non è musica gratis: questo è un punto chiave. L’ammontare di denaro che paghiamo alle etichette discografiche è grande. Questo modello è oramai in giro da lungo tempo. Le Radio appaiono “gratuite” agli occhi della gente, ma questo non è vero: il servizio è pagato dalla licenza a trasmettere o dalla pubblicità. E le radio non hanno ucciso l’industria musicale. Tutto è riassumibile nel come le cose sono confezionate agli occhi del pubblico.

Quindi non credo che la musica dovrebbe essere gratuita: credo che la musica debba essere pagata. Ma le persone dovrebbero avere la scelta di far sì che altra gente paghi per lei. Questa è tutta un’altra storia.

È inoltre importante riconoscere che tutti i business musicali finanziati dalla pubblicità non sono la stessa cosa. Qtrax, iMeem, LaLa, iLike e Spiral Frog erano tutti esempi di compagnie che hanno costruito una visione che era “puoi avere la musica”, ma non ne hanno fatto un business redditizio.

Noi abbiamo recentemente raggiunto il traguardo del primo intero mese dove tutta la musica on-demand riprodotta sul nostro sito è stata pagata interamente dalla pubblicità che ruotava intorno. Abbiamo più confidenza man mano che andiamo avanti che tutto questo abbia un senso: ma ora il tutto aumenta su una scala esponenziale: vendere un sacco di pubblicità. Potremmo costruire un grande team di pubblicitari, o potremmo allearci con qualcuno che lo fà di mestiere.

Che è ciò che abbiamo recentemente fatto tramite la nostra partnership con Yahoo. È un segnale positivo che dimostra che possiamo far fruttare questo modello di business. Siamo passati rapidamente da 3 ragazzi addetti alle vendite ad oltre 100 pesrone che lavorano sul nostro account.

Chiunque può regalare musica, ma la parte difficile è farla pagare. Un sacco di persone combattono le etichette, specialmente quelle major. E sebbene le indipendenti siano state sempre di supporto per noi, allo stesso tempo non ce l’avremmo fatta ad arrivare sino a dove siamo ora, senza il loro catalogo.

Circa il 95% di ciò che le persone ascoltano è nel 10% del nostro catalogo “Top” e le major detengono il 90% di ciò che è contenuto in quel 10%. Il fatto è dimostrabile da gente come Rob Wells dell’Universal, Ged Doherty della Sony o John Reid alla Warner. Tutti loro hanno corso dei rischi.

Vedo comunque dei cicli andare e venire. Quando ho visitato il Midem di Cannes a Gennaio 2007 e cominciai a parlare di musica gratuita finanziata dalla pubblicità e vendibile in Mp3 apparivo come il demonio re-incarnato! “Niente di tutto ciò avrà mercato! Sparisci e muori!” era l’atteggiamento.

Ci sono voluti 18 mesi per realizzare contratti con tutti. Ma ce l’abbiamo fatta.

Molte persone infine commentano sulle recenti dichiarazioni di Edgar Bronfman Jr. riguardanti la musica finanziata dalla pubblicità. Penso tuttavia che queste persone abbiano letto male le sue parole. Lui parlava ai suoi investitori e diceva che nei prossimi 12 mesi riceverà i maggiori guadagni dai servizi in abbonamento. Questa è logica allo stato puro. Tutto ciò che ha detto è che i servizi finanziati dalla pubblicità non hanno ancora creato un beneficio positivo all’industria discografica. Non ha dato per scontato che questo non potrebbe diventarlo in futuro.

Quello che è importante è che il consumatore oggi ha scelta. Se crei la situazione dove puoi scegliere di ascoltare gratuitamente (finanziando la musica con la pubblicità) o di passare in abbonamento, ed il consumatore è al controllo di questo, tu massimizzerai il numero di persone che si abboneranno e aumenterai al massimo il numero di persone che usciranno definitivamente dal mondo della pirateria musicale.

Ad ogni modo, il minuto in cui tu metti restrizioni a quel tipo di controllo, tu sei in pericolo. Se dicessimo ai nostri utenti che possono ascoltare solo 10 canzoni, e poi devono pagare 4.99 Pound al mese, questi utenti passerebbero ad altri servizi come GrooveShark o altri servizi che non dispongono di licenze.

Il modello “Gratis” è eccezionalmente importante. I servizi finanziati dalla pubblicità portano le persone fuori dal “sommerso”: loro ascoltavano musica prima e noi abbiamo fatto in modo che 3 milioni di essi lo facciano in maniera legale e facendoli sentire moralmente a posto. Una percentuale di loro diventerà abbonato: ma se si cerca di forzarli ad abbonarsi per forza loro andranno da qualche altra parte.

Steve Purdham