Yahoo! Music si ferma qui

Yahoo ha fatto il possibile per raggiungere il rivale iTunes Music Store, ma dopo 3 anni di risultati insoddisfacenti, la “grande Y” decide di cessare i suoi servizi musicali (e il network relativo) lasciando gli abbonati con librerie musicali protette da DRM che non potranno essere trasferite su nuovi computer.

Dopo aver tentato in qualsiasi modo di attirare consumatori, dalle offerte sui prezzi o dalle formule “all-you-can-eat”, Yahoo ha avvertito che chiuderà il suo music store online permanentemente dal 30 Settembre prossimo.

Sebbene tale notizia sia cattiva per i clienti sporadici che acquistavano contenuti tramite questo canale, la notizia può essere peggiore se consideriamo quei clienti che usufruivano del servizio “Permanent download” in abbinamento al servizio in abbonamento. Yahoo spegnerà a Settembre i server che si occupano delle licenze DRM e che “proteggono” i brani, sbarrando così la strada ad eventuali trasferimenti e/o backups.

Sebbene qualsiasi file musicale acquistato continuerà a poter essere riprodotto anche dopo la cessazione del servizio di Yahoo, lo spegnimento dei server che si occupano delle licenze DRM crea di fatto una scadenza oraria per i clienti: re-installare il sistema operativo su un computer con brani acquistati o intraprendere qualsiasi operazione sul proprio computer che modifichi o cancelli le licenze musicali renderà di fatto i brani non più utilizzabili, a prescindere da quante copie di backup erano state fatte.

Yahoo è ben cosciente del problema e sta spingendo gli utenti a masterizzare i propri contenuti su CD Audio, rimuovendo così le restrizioni prima che sia troppo tardi.

“Raccomandiamo caldamente di effettuare backup di brani acquistati su Audio CD prima della chiusura del negozio”, dice Yahoo. “Effettuare backup della vostra musica su Audio CD permetterà di copiare musica nuovamente sul proprio computer, se la licenza originale del brano non può essere recuperata”.

L’esperienza sottolinea il rischio potenziale che risiede dietro al DRM, che di natura è totalmente dipendente dalla volontà di un’azienda di aprire o chiudere servizi online di autorizzazione.
Per i clienti di un altro servizio prossimo alla chiusura, MSN Music, l’esperienza è familiare: tanti clienti hanno rischiato di perdere le loro collezioni di brani regolarmente acquistati un mese prima di Yahoo, fino a che la pressione dei clienti stessi ha fatto sì che Microsoft fosse obbligata a mantenere attivi i server che si occupano delle licenze DRM, sino al 2011.

Apple dal canto suo ha pubblicato una lettera aperta, dichiarando quali siano i vantaggi dell’abbandono di lucchetti o protezione sui brani.

Ecco perchè anche il servizio di download musicale di Amazon (che ufficialmente si attesta al secondo posto dopo iTunes Music Store per volume d’affari) ha deciso sin dal suo lancio di abbandonare definitivamente la possibilità di vendere brani protetti da DRM.

Annunci

Intel e il Wi-Max in Italia

(da Macitynet)

Intel annuncia una partnership con ARIA, il primo e unico operatore WiMAX italiano ad avere una licenza su base nazionale per la tecnologia wireless. Obbiettivo: far decollare la larga banda senza fili.

Intel punta a dare una spinta al WiMax italiano e per riuscire nell’impresa di far decollare nel nostro paese questa tecnologia wireless su cui sta puntando con decisione si allea con ARIA, tra i principali operatore nel campo del WiMAX del nostro paese grazie all’unica licenza che copre l’intero territorio nazionale.

L’accordo concluso permetterà ad ARIA e Intel di condividere le reciproche competenze, e prevede test per l’interoperabilità e attività di co-marketing. Intel inoltre metterà a disposizione di ARIA l’esperienza acquisita in progetti WiMAX realizzati in altri paesi.

Basato sullo standard IEEE 802.16E, il WiMAX, come noto, è una tecnologia wireless a banda larga che consente di coprire intere città e comunità, e permettendo agli utenti di essere sempre online anche in movimento (anche se per avere questa opportunità in Italia sarà necessario attendere visto che le licenze attualmente concesse si riferiscono alla versione stanziale del WiMax)

L’accordo con ARIA rientra in una serie che Santa Clara ha stipulato in tutto il mondo; Intel studia anche soluzioni WiMAX integrate per PC portatili, ultramobile PC e MID (mobile Internet device). Come annunciato, Intel renderà disponibile il primo modulo integrato WiMAX/Wi-Fi opzionale per la tecnologia di processore Intel Centrino 2, inizialmente solo negli Stati Uniti. Inoltre il prossimo anno sarà disponibile una soluzione a basso consumo energetico (nome in codice “Baxter Peak”) ottimizzata per i MID.

Il mercato mobile

(articolo da Rockol)

L’istituto di ricerche eMarketer rassicura chi, tra gli operatori del settore, temeva un raffreddamento dei rapporti tra musica e telefonia cellulare: stando alle sue proiezioni, nel 2012 la “mobile music” genererà nel mondo 13 miliardi di fatturato, contro i 2,4 miliardi attuali.
Suonerie e “risponderie” telefoniche, che pure hanno rallentato di molto la crescita avvicinandosi alla saturazione della domanda, assicureranno ancora la fetta maggiore degli introiti, 8 miliardi di dollari, mentre il download di brani originali frutterà ricavi per 5 miliardi di dollari. In forte sviluppo, nell’arco dei prossimi cinque anni, anche i servizi musicali gratuiti “coperti” dalle inserzioni pubblicitarie: oggi valgono 42 milioni di dollari, nel 2012 dovrebbero salire a un miliardo e mezzo.

Dedicato ai “Leechers”…

(articolo di Gabriele De Palma, da Visionpost)

La guerra che l’industria discografica conduce da anni contro la diffusissima pratica della condivisione di file musicali si arricchisce di una nuova battaglia. Gli avversari sono questa volta non tanto gli utenti, o meglio non direttamente, ma gli Internet service provider (Isp), i fornitori di connessione. Le truppe britanniche dell’industria del disco (British Phonographic Industry, Bpi) hanno infatti ottenuto un’importante vittoria diplomatica e convinto i sei Isp più importanti d’oltremanica a sottoscrivere un’intesa (tecnicamente un memorandum of understanding) che prevede l’invio di lettere di ammonimento agli utenti che scaricano illegalmente file protetti da diritto d’autore.

Bt, Virgin, Carphone Warehouse, Orange, Tiscali e BskyB hanno dunque promesso di comportarsi responsabilmente e di farsi carico della comunicazione ai sospetti pirati. La Bpi inoltre ha strappato la promessa di una revisione delle attuali leggi sulla tutela del copyright in epoca digitale, e l’obiettivo – sulla strada del pessimo esempio francese – è veder sancita la pratica del “three strikes out”, che prevede l’espulsione dell’utente reo e l’impossibilità di riconnettersi a internet.

Due giorni prima la commissaria europea Viviane Reding si è trovata d’accordo con i ministri europei delle comunicazioni sull’idea di includere nei contratti di connettività che gli operatori fanno sottoscrivere agli utenti una clausola che ammonisca sull’illegalità della condivisione di file protetti da diritto d’autore.

Dario Denni, Segretario Generale dell’Associazione Italiana Internet Providers (Aiip) spiega a Visionpost come valuta le recenti notizie. “L’ideale è sempre che ognuno faccia il proprio lavoro. In questo caso, nel migliore dei mondi possibili, c’è un’autorità preposta alla segnalazione all’Isp di un comportamento sospetto. L’isp indaga ed eventualmente informa l’utente (che è un suo cliente) dell’anomalia ricordandogli le leggi vigenti. Se però come in Gran Bretagna, si trova un accordo tra le parti, nulla vieta che si superi la procedura formale. Ma va ricordato per l’ennesima volta che l’Isp non è un poliziotto, non spia il comportamento degli utenti, l’Isp è un fornitore di connettività e opera in base al principio dell’accesso neutrale, ovvero tutti possono accedere a tutti i contenuti del web”.

Per quanto riguarda le probabili nuove clausole da inserire nei contratti di abbonamento per la connettività, Denni ha molti dubbi sulla utilità di un tale intervento. “Metteranno una clausola simile? nessun problema, cambieremo i contratti, ma non pensino che la novità incida sui comportamenti degli utenti, che di solito il contratto non lo leggono nemmeno. La Reding è molto competente ma le pratiche di lobby spinta che sono in auge a Bruxelles fanno sì che anche i buoni disegni di legge, come quello della Reding sul materiale audiovisivo, vengano stravolti dagli emendamenti. In ogni caso le cose da evitare come la peste sono le due proposte più anacronistiche e irragionevoli: quella di disconnettere un utente (che in epoche di lotta digital divide è folle) e quella di una tassa sugli abbonamenti a internet per pagare ai titolari dei diritti. Se la prima è folle, la seconda presume la colpevolezza di tutti utenti”.

Se il dibattito resta affidato esclusivamente alle azioni di lobby (che germogliano sull’ignoranza diffusa, ahinoi, tra i nostri rappresentanti nazionali e comunitari) difficilmente potrà avere esiti distanti dagli interessi privatissimi dell’industria dell’intrattenimento.

Se invece i legislatori si prenderanno cura del problema in tutta la sua complessità qualche speranza di poter godere – legittimamente – dei vantaggi che l’epoca digitale porta con se ci potrebbe essere. Come accade con la proposta avanzata dalla Electronic Frontier Foundation di una licenza volontaria e collettiva da applicare agli esistenti servizi di file-sharing.

È una proposta rispettosa dei diritti degli autori e delle richieste degli utenti. Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana, l’ha già pubblicamente rifiutata in un intervento su Punto Informatico. Il problema è che le alternative promosse dall’industria non sono mai state all’altezza di quelle allestite dagli utenti. Una realtà con cui bisogna confrontarsi per dare vita a un dibattito onesto.

E-POLIS Giovedì 24 luglio 2008 – 13:15 (10 ore fa)
Gabriele De Palma

Il futuro di Napster

(articolo di Rockol)

Le sue azioni valgono poco, meno di 2 dollari, ma oggi Napster ha liquidità sufficiente, quasi 70 milioni di dollari, per attirare i finanzieri di Wall Street. Si dice, in particolare, che potrebbe essere acquistata da un suo attuale azionista, il fondo JDS Capital Management, che già possiede la piattaforma di musica digitale eMusic e controlla il distributore/aggregatore The Orchard. “L’attuale valutazione della società è assolutamente scadente”, ha spiegato a Bloomberg un dirigente di Munder Capital Management, altro azionista della Web company. “Lo scenario che garantirebbe il massimo valore per gli azionisti sarebbe la vendita a un compratore strategico”: come, appunto, JDS.
Creato nel giugno del 1999 da Shawn Fanning (allora studente alla Northeastern University di Boston) e chiuso nel luglio di due anni dopo per intervento delle case discografiche americane (vedi News), Napster venne successivamente venduto all’asta a una società, Roxio, che aveva ereditato dalle major Universal Music e Sony BMG la piattaforma di musica digitale pressplay (vedi News) e che successivamente cambiò il nome in Napster, Inc. Il suo modello di business basato sulla musica “a noleggio” e il suo parco abbonati (760 mila circa) non si sono dimostrati finora in grado di intaccare minimamente la supremazia di mercato di iTunes.

Il trimestrale record

(da Macitynet)

Apple presenta il miglior trimestre di giugno di tutti i tempi: fattutato di 7,46 miliardi di dollari, profitti per 1,07 miliardi ma soprattutto quasi 2,5 milioni di Mac venduti e un aumento del 12% nelle vendite di iPod.

Applefa un altro record nei risultati fiscali. Cupertino totalizza, infatti, lo stellare fatturato di 7,46 miliardi di dollari, contro 5,41 miliardi dello stessi trimestre dello scorso anno con un profitto di 1,07 miliardi contro 818 milioni del 2007.

Le cifre più sensazionali vengono messe a segno nel settore dei Mac che sono stati 2,496 milioni, il 41% in più dello scorso anno con un fatturato del 43% in più. Salgono sorprendentemente anche le vendite di iPod; con 11,01 milioni di unità vendute (+12% rispetto al 2007), il player dimostra di essere ancora vitale nonostante un ecosistema che sta puntando decisamente verso iPhone e una (presunta, a questo punto) saturazione del mercato.

Apple nei primi tre quarti fiscali del 2008 (il primo è stato quello terminato a fine dicembre del 2007) 5,4 miliardi di liquidità e anche questo è un record.

Non particolarmente significativo il dato di 717mila iPhone venduti contro i 270mila dello scorso anno. Apple l’anno passato aveva avuto solo due giorni per raggiungere il traguardo, quest’anno ha avuto 90 giorni. Si tratta, anzi, di un segnale di un affaticamento del business determinato dalla gente che attendeva il lancio del modello 3G.

YouTube: tanto pubblico, poca pubblicità

(articolo da Rockol)

Tutti ne parlano, tutti lo guardano (300 milioni di visitatori e 3 miliardi di video al mese, secondo le ultime stime), ma nessuno, per ora, ci guadagna. A quasi due anni dal mega-investimento effettuato per l’acquisto di YouTube, 1,65 miliardi di dollari, Sergey Brin e Larry Page di Google non sono ancora riusciti a trasformarlo in un’impresa redditizia, scrive il New York Post: la raccolta pubblicitaria, inferiore ai 200 milioni di dollari per l’anno in corso stando ai calcoli di Wall Street, continua a essere troppo esigua per accontentare i fornitori di contenuti, case discografiche in testa.
“YouTube”, ha sentenziato l’analista della Forrester James McQuivey, “è l’acquisizione più sbilanciata nella storia di Google”. Secondo il “Post”, il sito sconta la freddezza nei suoi confronti degli “studios” holywoodiani, forse messi in guardia dalla causa da un miliardo di dollari che Viacom gli ha intentato per violazione dei copyright (vedi News), ma anche certi problemi tecnico-strutturali di difficile risoluzione. Molti clip tra quelli generati autonomamente dagli utenti, per esempio, sono troppo corti, un minuto o anche meno, per includere un messaggio pubblicitario da 15 o 30 secondi. Risulta molto difficile, inoltre, “leggere” per tempo il boom di popolarità di un video decretato dal pubblico della rete (quando i pubblicitari se ne accorgono, il picco di accessi solitamente è già svanito); e spesso – al di là che si tratti di video autorizzati oppure no – i filmati più popolari hanno un contenuto troppo esplicito o politicamente scorretto per attrarre un investitore pubblicitario senza fargli rischiare un crollo di immagine. Ma Google, scrive il Post, sta cercando di correre ai ripari: per esempio rinforzando la presenza di spot pubblicitari interattivi che partono in automatico quando si clicca sul video che si desidera guardare, ed offrendo agli inserzionisti strumenti più efficaci per acquisire informazioni sul profilo degli utenti e individuare sul nascere i maggiori successi “virali” che nascono spontaneamente tra i frequentatori del sito. Secondo Mark Mahaney di Citigroup, la raccolta pubblicitaria per il 2009 potrebbe crescere a 500 milioni di dollari: non una gran cifra, rispetto al giro d’affari globale di Google, ma sempre un inizio.