Italy vs Uk

Jeff Skilling - Former Enron CEO Da una recente e-mail arrivata in Wondermark:

“(…) i am interested in collaborating but i must be honest and state that i have been advised by a few people not sign with an italian company for 2 reasons (1 ) italian music law is different from uk law and (2) italian companies have a reputation for not paying royalties.(…) Cheers, Brian”

Traduzione:

“(…) sono interessato in una collaborazione, ma devo essere onesto e dirti che sono stato avvisato da alcune persone di non firmare con una compagnia italiana per 2 ragioni: la prima è che le leggi che regolano la musica in Italia sono differenti da quelle inglesi e la seconda è che le aziende italiane hanno la reputazione di non pagare le royalties. (…) Saluti, Brian”

La “fama” che le compagnie discografiche indipendenti italiane hanno in Uk, si può toccare con mano. O meglio… si può odorare con naso… Non che quella di alcuni organi istituzionali che tutelano i diritti in Italia, sia migliore. Se riceviamo un’email del genere dobbiamo ringraziare (oltre alla diffidenza del nostro amico Brian) una certa classe di executives che non ha esitato a diffondere per anni (e continua a farlo indisturbata) un modo di agire disonesto, malizioso, facendo passare questo come “Made in Italy”, con una certa maestranza e anche con un bel pelo sullo stomaco.

“Non pagare le royalties”: l’antico vizietto che fa salire lo spettro dei ricordi della discografia “Anni ’80”. Quel tipo di discografia dove gli artisti e i loro producers firmavano un pezzo di carta davanti al loro magnaccio (o “Boss”) con tipico accento bergamasco, ricevevano un modesto “advance” (spesso gli unici soldi che vedevano globalmente) e speravano nel buon andamento del disco; che spesso funzionava sì! Ma in Giappone…lontano dagli occhi e dalle orecchie e dalle tasche dei produttori stessi!

Oggi la tecnologia cambia, ma certamente le vecchie volpi non stanno a guardare. Alcuni dei nuovi “Boss” italiani, senza accento bergamasco, possono essere trovati nelle compagnie di suonerie per telefonini. Loro pagano una ridicola cifra agli artisti e producers (a titolo di “cessione master e cessione editoriale per il mondo”) per utilizzare i loro brani e rivenderli a 3 Euro; senza royalties, senza percentuale. Un misero advance di poco più di 100 Euro. (!)

Se l’utente finale digita “Off” ecco che …oops…un piccolo errore tecnico ha impedito la disattivazione del servizio. “Grazie per aver scelto di scaricare settimanalmente, per i prossimi 30 anni, le suonerie di “Tino..ti è arrivato un messaggino!”. Così hai truffato anche l’utente, oltre che il producer.

“Abbassiamo l’IVA sui CD!”: dicevano così, alcuni anni fa, per salvare il mercato musicale italiano dal tracollo.

Non è un caso che proprio l’Inghilterra sia da anni all’avanguardia, sotto molti aspetti, proprio sulla tutela dei diritti musicali in ogni loro forma. (Vedi ultime battaglia di PPL Uk vs Terrestrial Radios in America).

Questa email testimonia una situazione che può e deve cambiare; se gran parte della musica indipendente italiana spesso fatica ad arrivare fuori dal Canton Ticino è anche per questo motivo.

Ma vi sono 2 cose che vanno oltre e che riescono ad infrangere le più logore e ingorde ambizioni di codesti “managing directors”: la musica, quella autentica, quella dei nostri artisti italiani ed una classe di volti nuovi, ambiziosi, ma al tempo stesso onesti con loro stessi e con gli altri. L’Inghilterra un giorno o l’altro dovrà ricredersi: qui in Wondermark ne siamo certi.

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