L’effetto Spotify

Giugno 9, 2009

Ted Cohen (ex dirigente Emi Music) in un articolo pubblicato questa mattina sul suo blog analizza il fenomeno Spotify. Sembra essere il “new cool” del momento, ciò che viene discusso ad ogni fiera musicale e/o del business dell’intrattenimento digitale. Ted scrive che vi sono 2 categorie di persone che si dividono tra coloro che sono entusiasti e coloro che hanno solo sentito “fumo” e poco “arrosto” (ricordate il progetto QTrax?) dato che Spotify al momento viene offerto solo a Beta-Testers e principalmente solo nel Regno Unito. Tuttavia, alcuni video dell’applicativo Spotify sviluppato per Android stanno sicuramente interessando molti curiosi e non solo quelli.

Il concetto di un Jukebox paradisiaco è stato ripetutamente discusso, proposto e riproposto in mille forme (l’evoluzione di Rhapsody e Napster ne sono due prove concrete). Spotify apparentemente non è solo un’implementazione di un sogno. Sembrano esserci oggettivamente alcuni vantaggi ad abbonarsi a servizi “flat”, rispetto ai servizi “à-la-carte” quali quello di iTunes Store:

  • Accesso illimitato ai brani
  • Nessuna barriera da “0.99 €” per scoprire nuova musica
  • Maggiori vantaggi per il fruitore di contenuti
In aggiunta a questo, i servizi in abbonamento proposti da Spotify sembrano proporre all’intera industria discografica, etichette, editori, artisti, autori e compositori, un ricorrente introito proveniente dagli stream (gli ascolti) dai propri fans in modo più “sociale”. L’esperienza di “revenue” data dall’introito pubblicitario non propone nulla di nuovo se si pensa all’esperienza di We7, o a YouTube: entrambi ben sotto le aspettative iniziali.

Quali sono quindi le differenze di Spotify, in base alle prove sin qui fatte?

  • Il modello “free” differisce dai servizi di Napster e Rhapsody (attualmente entrambi a pagamento mensile).
  • Molto semplice da utilizzare – Nessun bisogno di ricorrere a “Domande Frequenti” per navigarci
  • Riproduce molto velocemente la musica richiesta. I server rispondono egregiamente.
  • La  libreria musica è estremamente completa

Con l’arrivo di Spotify (imminente anche per il catalogo Wondermark) l’industria musicale comincia a vedere l’inevitabile scenario: il consumatore che vuole musica, la vuole in quantità e la vuole completamente gratis e in qualsiasi momento, anche in mobilità. Allo stesso tempo gli artisti vogliono un equo compenso e possibilità di visibilità sempre più “sociali” e “virali”.

Spotify riuscirà nell’impresa di rivoluzionare il campo e scalfire il dominio di iTunes?

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Online vs Offline

Marzo 30, 2009

L’industria della pubblicità offline continua a stentare, con il rapporto Nielsen dello scorso Febbraio che ne conferma il passivo. Fra i settori maggiormente colpiti spiccano il cinema (-16% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso) e i quotidiani (-10.7%). Limita i danni la televisione, comunque in trend negativo con il suo -1,2%. Non è un caso che i maggiori player tradizionali sperimentino nuove strategie pur di fronteggiare il calo di introiti seguito alla recessione. Se i mezzi tradizionali cercano di rimediare alle perdite sperimentando nuove forme pubblicitarie, il Marketing Online dimostra invece una forte stabilità, grazie a un’ormai affermata maturità di settore. Per il 2009, i dati della Commissione Europea (pubblicati in “Interim Forecast” del Gennaio scorso) prevedono per il mercato italiano una crescita del 30,4% rispetto al 2008. Un dato che si distanzia prepotentemente dalle previsioni di crescita che lo stesso istituto assegna ai media tradizionali, a cominciare dalla TV, ferma a una crescita stimata dello 0,3%.

A favore degli investimenti online gioca senza dubbio la vastità del mercato target, che permette grazie alla flessibilità di investimento di rivolgersi tanto ai grandi gruppi quanto alle piccole e medie imprese. Ampie fette di utenti si spostano allo stesso tempo dalla fruizione di media tradizionali alla navigazione su internet. E si tratta in ampia parte propio dei segmenti di audience più appetibili per i pubblicitari, vale a dire adolescenti, universitari e giovani professionisti.

Nell’attuale panorama economico più che mai, i benefici di fare pubblicità in rete si fanno evidenti. I consumatori sono orientati a effettuare numerose ricerche via internet a caccia del prodotto più conveniente. Allo stesso modo i pubblicitari si rivolgono al digital advertising per raggiungere con precisione il pubblico più qualificato e misurarne con efficacia il comportamento di acquisto. Il modello di pricing del Marketing Online rimane così il primo punto di forza che ne guida la crescita, con l’inserzionista in grado di calcolare il ritorno dell’investimento per ciascuna campagna, per ciascun clic, addirittura per ciascuna parola chiave. E di agire di conseguenza. Si moltiplicano intanto i formati pubblicitari, i modelli di targettizzazione, aumentano gli stessi business online. Un fenomeno che si riflette nell’aumentata competizione da parte dei video online verso la televisione, e il rapido avanzare di nuovi formati multimediali grazie ai rich media.


Riflessioni di Panos Panay (Sonicbids)

Settembre 10, 2008

(articolo da Rockol)

Chi ha ancora bisogno delle case discografiche? In un editoriale pubblicato dal sito HitsDailyDouble.com, il fondatore di Sonic Bids (www.sonicbids.com) Panos Panay suggerisce agli artisti emergenti di cercare piuttosto contratti con i nuovi “mecenati della musica”, aziende e marchi commerciali interessati a investire nei talenti artistici. “Al posto delle case discografiche”, scrive Panay, “nel ruolo di finanziatori come in quello di custodi del gusto popolare, oggi ci sono i grossi brand e quelli di nicchia, accortisi che la musica li aiuta a vendere qualunque tipo di prodotto, si tratti di caffè, elettronica di consumo, bevande gassate, vestiti, videogiochi, borse, servizi finanziari, assicurazioni ecc. Si stima che solo quest’anno, negli Stati Uniti, la spesa di aziende di marchio in sponsorizzazioni di festival musicali, tour e altre campagne promozionali ecceda i 2 miliardi di dollari”. “Ancora più promettente per gli artisti indipendenti”, aggiunge, “è il fatto che gli ultimi anni hanno visto un costante spostamento del denaro degli sponsor verso nomi ‘di nicchia’ che non hanno ancora il profilo pubblico consolidato di gente come 50 Cent o Celine Dion. Perché? Perché sempre di più le aziende si rendono conto di come i giovani consumatori che tanto gli stanno a cuore richiedano autenticità ai marchi che sostengono, un tratto più spesso associato con gli artisti indipendenti e non legati alle major”.
Citando Coca-Cola, Burger King, Converse, Jeep, Fisher-Price, Zippo e Jagermeister tra le aziende che investono su Sonicbids (un sito nato nel 2001 per mettere in contatto gruppi musicali e promoter di concerti e che oggi conta nel mondo 160 mila iscritti tra i primi e 14 mila tra i secondi) Panay arriva alle sue conclusioni: “Perché andare alla ricerca di un contratto discografico quando esistono marchi disposti a investire così tanto senza neppure pretendere una fetta dei vostri futuri guadagni e diritti sul vostro primo progetto musicale? Il mio consiglio? Se la Sony Records bussa alla vostra porta, chiedetegli piuttosto di poter parlare con quelli della Sony PlayStation. Vi porterà molto più lontano e con meno compromessi”.


YouTube: tanto pubblico, poca pubblicità

Luglio 21, 2008

(articolo da Rockol)

Tutti ne parlano, tutti lo guardano (300 milioni di visitatori e 3 miliardi di video al mese, secondo le ultime stime), ma nessuno, per ora, ci guadagna. A quasi due anni dal mega-investimento effettuato per l’acquisto di YouTube, 1,65 miliardi di dollari, Sergey Brin e Larry Page di Google non sono ancora riusciti a trasformarlo in un’impresa redditizia, scrive il New York Post: la raccolta pubblicitaria, inferiore ai 200 milioni di dollari per l’anno in corso stando ai calcoli di Wall Street, continua a essere troppo esigua per accontentare i fornitori di contenuti, case discografiche in testa.
“YouTube”, ha sentenziato l’analista della Forrester James McQuivey, “è l’acquisizione più sbilanciata nella storia di Google”. Secondo il “Post”, il sito sconta la freddezza nei suoi confronti degli “studios” holywoodiani, forse messi in guardia dalla causa da un miliardo di dollari che Viacom gli ha intentato per violazione dei copyright (vedi News), ma anche certi problemi tecnico-strutturali di difficile risoluzione. Molti clip tra quelli generati autonomamente dagli utenti, per esempio, sono troppo corti, un minuto o anche meno, per includere un messaggio pubblicitario da 15 o 30 secondi. Risulta molto difficile, inoltre, “leggere” per tempo il boom di popolarità di un video decretato dal pubblico della rete (quando i pubblicitari se ne accorgono, il picco di accessi solitamente è già svanito); e spesso – al di là che si tratti di video autorizzati oppure no – i filmati più popolari hanno un contenuto troppo esplicito o politicamente scorretto per attrarre un investitore pubblicitario senza fargli rischiare un crollo di immagine. Ma Google, scrive il Post, sta cercando di correre ai ripari: per esempio rinforzando la presenza di spot pubblicitari interattivi che partono in automatico quando si clicca sul video che si desidera guardare, ed offrendo agli inserzionisti strumenti più efficaci per acquisire informazioni sul profilo degli utenti e individuare sul nascere i maggiori successi “virali” che nascono spontaneamente tra i frequentatori del sito. Secondo Mark Mahaney di Citigroup, la raccolta pubblicitaria per il 2009 potrebbe crescere a 500 milioni di dollari: non una gran cifra, rispetto al giro d’affari globale di Google, ma sempre un inizio.


Statistiche Pubblicitarie

Giugno 12, 2008

(articolo di Repubblica di Giorgio Lonardi)

Gli investimenti pubblicitari su Internet nel 2008 supereranno per la prima volta in Italia la raccolta del settore radiofonico, grazie ad un incremento del 29,8% sul 2007

MILANO - Nel 2008 gli investimenti pubblicitari su Internet supereranno per la prima volta in Italia la raccolta del settore radiofonico. Grazie ad un incremento del 29,8% sul 2007, infatti, il web assorbirà 675 milioni di euro contro i 520 milioni dell’anno precedente. Contemporaneamente la radio passerà da 598 a 623 milioni (+4,2%) confermando così il suo buono stato di salute. 

Un sorpasso storico, dunque, certificato nella relazione di Lorenzo Sassoli dè Bianchi, neo presidente dell’Upa, (Utenti Pubblicità associati), l’associazione che raccoglie le aziende che utilizzano la pubblicità come forma di comunicazione. A fine 2008, infatti, Internet rappresenterà il 6,3% della torta pubblicitaria contro il 5,9% della radio che comunque guadagna lo 0,4% sul 2007. 

Lui, Sassoli de’Bianchi, diventato presidente dopo i 23 anni del “regno” di Giulio Malgara, ha spiegato che quest’anno la pubblicità aumenterà del 3,4% raggiungendo i 10,66 miliardi. Certo, rispetto al 2007, quando l’incremento fu del 4,2% si assiste ad un rallentamento. Tuttavia, osserva il presidente dell’Upa, “si tratta di un crescita superiore a quella del Pil. Ed è la prova che le aziende scommettono sul futuro considerando la pubblicità più che mai come uno strumento di sostegno della marca”. 

In questo quadro vale la pena di segnalare che a parte Internet e la Radio l’unico settore che cresce più della media è la pubblicità esterna (+4,8%) passando da 818 a 857 milioni di raccolta. Quanto alla televisione, crescendo dell’1,6%, mantiene il suo peso preponderante (e senza confronti a livello internazionale) assorbendo il 48,5% della raccolta pari a 5miliardi 179 milioni di euro. Stazionaria la stampa (+1,5%) con il 30,7% degli investimenti complessivi pari a 3miliardi 269 milioni. Comunque attenzione: mentre i quotidiani mantengono una certa vivacità (+2,1%) a 1 miliardo e 770 milioni i periodici sono fermi al palo: un miliardo 449 milioni di investimenti pari ad una crescita percentuale dello 0,9%. 


Statistiche della pubblicità tradizionale (da Corriere.it)

Febbraio 22, 2008


Il tramonto della vecchia réclame televisiva

Secondo uno studio la pubblicità televisiva sta perdendo fascino ed efficacia

 

STATI UNITI – E dire che a volte le pubblicità televisive sono quasi più interessanti e meglio congegnate di molti programmi che la vecchia televisione propina agli utenti: eppure secondo le aziende e i pubblicitari lo spot sul piccolo schermo è in declino, funziona sempre meno e l’utente non viene catturato più di tanto.

LO STUDIO – I dati provengono dall’Associazione Nazionale Pubblicitari americana e da Forrester Reasearch che hanno sondato le opinioni di 78 aziende del settore a riguardo del potere suggestivo delle varie forme di pubblicità. Per il 62 per cento di loro la réclame televisiva ha perso parecchio appeal rispetto a due anni fa e l’87 per cento dei rispondenti ha dichiarato che quest’anno spenderà più nell’advertising online.

NUOVE STRADE - E’ emersa inoltre una tendenza generale e prevedibile a cercare nuovi formati e nuovi linguaggi. In realtà lo sforzo che i venditori stanno facendo è diretto a trovare nuovi modi, grazie alle nuove tecnologie, di raggiungere lo stesso bacino di utenti che guardano la televisione e che fino a non molto tempo fa si facevano catturare dagli spot tv. Insomma: chi sono gli eredi dei fan del carosello e come si possono agganciare?


Google vs ITV (e più sostanzialmente Internet vs Tv)

Dicembre 13, 2007

EIIA Logo

In UK i ricavi della raccolta pubblicitaria di Google stanno superando quelli di ITV, il principale canale televisivo commerciale britannico.

Questo indica 2 cose:

• Gli inserzionisti stanno passando da TV a Internet molto più velocemente di quanto si possa immaginare perchè:

• Molti più utenti navigano in Internet di quanto guardino la televisione.

Tale osservazione è inoltre confermata dal recente rapporto pubblicato da EIAA (European Interactive Advertising Association) e riassunto in queste cifre:

In breve

· 169 milioni di persone online in 10 paesi europei, 18.6 sono italiani

· Crescita di internauti italiani anno su anno: +12%

· Nel nostro paese il 37% dei navigatori trascorre più di 16 ore a settimana online

· 5 i giorni mediamente spesi su internet in una tipica settimana italiana

· Il 42% degli utenti Internet frequenta siti di social networking

· 8 europei su 10 usano collegamenti in banda larga. Il 73% degli utenti italiani

             
         


Advertising Plans on MySpace

Settembre 19, 2007

Ancora una volta Punto-Informatico pubblica un interessante articolo riguardante la strategia di News Corp. in merito all’advertising utilizzato su MySpace.

L’articolo è disponibile a questo indirizzo.


We7

Settembre 3, 2007

We7 Logo

Alcuni canali specializzati hanno recentemente dedicato qualche riga su questo servizio e anche noi non vogliamo dilungarci più di tanto sull’argomento ed invitiamo a scoprirne i dettagli sul sito ufficiale.

Il concetto è di quelli semplici: un pò di pubblicità prima di usufruire del prodotto finale, in maniera gratuita. La pubblicità paga per i produttori di contenuti e l’utente ne usufruisce gratuitamente. E il prodotto viene scelto da un catalogo in via d’espansione e ricco di artisti d’eccellenza, come quelli del gruppo V2 Records o di artisti come Dave Matthews band o quelli del catalogo Wondermark.

Tra gli investitori del progetto figura Peter Gabriel che, oltre ad essere famoso per il suo percorso musicale, lungo gli ultimi 5 anni ha saputo dimostrare il suo talento proprio nell’ambito del business digitale, fondando il gruppo che oggi prende il nome di Nokia/OD2 (e che pochi giorni fa si è nuovamente evoluto). Tutta una serie di fattori fanno pensare che probabilmente anche questo progetto farà quantomeno parlare di sè. Venerdì scorso, ad esempio, We7 è stato nominato nella categoria “Best Digital Service” ai BT Digital Music Awards che si terranno in Uk il prossimo 2 Ottobre. Considerando che il progetto è nato da pochi mesi, questo pare un buon inzio. Stay tuned 4 more!


Overlay Video Advertising

Agosto 26, 2007

YouTube

L’azienda di Google sta ora spingendo una serie di test per utilizzare pubblicità (che può quindi generare revenues) all’interno dei contenuti caricati dagli utenti. In tal modo YouTube potrà pagare una quota ai proprietari di diritti ogni qualvolta un video viene riprodotto. Tale pubblicità verrà visualizzata come un piccolo riquadro delle dimensioni di circa un quinto dello schermo di YouTube e durerà circa 10 secondi, potrà essere soppressa oppure potrà essere visualizzata a schermo intero, se tale pubblicità dovesse richiamare così bene l’attenzione dell’utente.

Questo esperimento (partito Mercoledì scorso) coinvolgerà inzialmente grosse compagnie quali New Line Cinema, MGM, Warner Music Group e BMW. Tuttavia diverse altre majors musicali e settori musicali indipendenti hanno iniziato a firmare accordi specifici per lo sfruttamento (e la ripartizione) di denaro proveniente dalla pubblicità su YouTube.

(Maggiori informazioni nell’articolo di PC World, a questo indirizzo)